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Home » Centro di gravità permanente
Canzoni italiane

Centro di gravità permanente

Giuseppe CastelliBy Giuseppe Castelli5 Mins Read15 Views
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centro di gravità permanente
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Centro di gravità permanente: Quel vinile che gira ancora nella mia testa

Chiudo gli occhi e mi sembra quasi di sentire il fruscio della puntina che scende sul vinile. La musica di quegli anni era un vero e proprio saliscendi di emozioni: potevamo saltare spensierati nel salotto imitando le coreografie televisive di Cicale, innamorarci perdutamente cantando a squarciagola il ritornello romantico di Su di noi, oppure ricaricarci con la scossa di pura energia pop-rock che ci avrebbe travolto nel decennio successivo con Liberatemi. C’era spazio per la dolce malinconia dei rientri settembrini cantata ne L’estate sta finendo, così come per l’intensità drammatica e cruda di pezzi in grado di far riflettere e zittire un intero Paese, come l’indimenticabile Signor tenente.

Eppure, in mezzo a tutta questa straordinaria colonna sonora, ci sono canzoni che ascolti, e poi ci sono canzoni che ti abitano. Per me, e credo per molti della mia generazione (ma anche per chi è arrivato dopo, scoprendo un vero e proprio tesoro), Centro di gravità permanente appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non è solo un brano: è un profumo, un’atmosfera, un ricordo nitido di un’Italia che cambiava pelle, capace di unire intelletto, sperimentazione e leggerezza in un modo che raramente si è più visto.

Testo “Centro di gravità permanente”

Una vecchia bretone
con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù.
Capitani coraggiosi
furbi contrabbandieri macedoni.
Gesuiti euclidei
vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori
della dinastia dei Ming.

Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente
avrei bisogno di…
Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente
over and over again

Per le strade di Pechino erano giorni di maggio
tra noi si scherzava a raccogliere ortiche.
Non sopporto i cori russi
la musica finto rock la new wave italiana il free jazz punk inglese.
Neanche la nera africana.

Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente
avrei bisogno di…
Cerco un centro di gravità permanente
che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente
over and over again…

You are a woman in love baby come into my life
baby I need your love
I want your love
over and over again

Un tuffo nel 1981: La genesi di un capolavoro

Mi capita spesso di pensare a quel periodo irripetibile. Se qualcuno mi chiede quando è stata scritta Cerco un centro di gravità permanente, la risposta non è solo una data sul calendario, ma un’evocazione. Era il 1981.

L’Italia si stava lasciando alle spalle il grigio degli anni di piombo e aveva una voglia disperata di colore. Fu allora che Franco Battiato pubblicò La voce del padrone, un album che definire “successo” è riduttivo: fu un’invasione culturale. Ricordo che quella melodia usciva dalle radio dei bar, dai finestrini abbassati delle auto, dalle cuffie dei primi Walkman. Battiato aveva fatto l’impossibile: aveva preso la filosofia e l’aveva resa pop, facendoci ballare su concetti che avremmo compreso appieno solo anni dopo.

franco battiato

Alla ricerca dell’equilibrio perduto

Da ragazzo canticchiavo il ritornello con spensieratezza, trascinato da quel ritmo ipnotico e dagli arrangiamenti orchestrali che sembravano venire da un altro pianeta. Ma crescendo, tra una delusione e una ripartenza, mi sono fermato spesso a riflettere: Cosa vuol dire “Cerco un centro di gravità permanente”?

Oggi la leggo diversamente. Dietro le parole di Battiato non c’è solo poesia, c’è una lezione di vita profonda. Quella ricerca non è un semplice desiderio di stare tranquilli. È la necessità vitale di costruire un nucleo interiore solido, un “Io” reale che non si sgretola ogni volta che il mondo fuori impazzisce.

Rileggendo il testo, sento tutta la fatica e la bellezza di questo tentativo di restare fermi mentre tutto gira. È un invito a non farsi trascinare dalle mode passeggere — quelle che lui liquidava citando la “finta musica rock” o la “new wave italiana” — per trovare qualcosa di autentico dentro di sé.

Tra immagini esotiche e nostalgia

C’è una magia particolare nel modo in cui Battiato dipingeva le scene. Ancora oggi, quando ascolto il brano, la mia mente viaggia. Vedo i gesuiti euclidei vestiti come bonzi nella Cina imperiale, un’immagine così surreale eppure così perfetta per descrivere l’adattamento e la rigidità.

E poi, i dervisci rotanti. Quante volte ho immaginato quelle gonne bianche che girano su se stesse? Quella danza Sufi è la metafora perfetta del brano: ruotare vorticosamente all’esterno per trovare la stabilità assoluta al centro, nel cuore.

A volte mi manca quella capacità di guardare il mondo con l’ironia colta e distaccata di Battiato. Mi manca quella musica italiana che sapeva essere leggera senza essere stupida.

Ma ogni volta che rimetto su quel pezzo, la nostalgia lascia spazio alla gratitudine. Perché anche se il mondo cambia, anche se le mode passano e noi invecchiamo, quella canzone resta lì. È, a tutti gli effetti, il nostro centro di gravità permanente.

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Giuseppe Castelli
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Web Developer specializzato in WordPress, Digital Advertising e SEO. Mi occupo di progettazione siti, gestione campagne Meta Ads, Social Media Management e posizionamento sui motori di ricerca.

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