Wonder Woman era molto più di un semplice programma televisivo: era la certezza assoluta che, se avessimo girato su noi stessi abbastanza velocemente nel bel mezzo del salotto, ci saremmo trasformati anche noi in invincibili eroi. Vi ricordate quella vertigine bellissima?
In quegli anni d’oro la televisione aveva il sapore della magia pura e della scoperta quotidiana. Se volevamo costruire marchingegni geniali con uno stuzzicadenti guardavamo MacGyver, mentre se preferivamo i voli un po’ goffi ma dal cuore d’oro tifavamo per Ralph Supermaxieroe. Sognavamo di sfrecciare sulle autostrade parlando a un orologio grazie a Supercar, e di tanto in tanto ci nascondevamo dietro il cuscino del divano terrorizzati dai rettiliani di Visitors.
Eppure, quando lo schermo si illuminava con i colori accesi della bandiera americana e partiva quella sigla a fumetti indimenticabile, restavamo tutti a bocca aperta. Il titolo originale dell’opera, per la precisione, ha subìto variazioni nel tempo (da The New Original Wonder Woman a The New Adventures of Wonder Woman), ma per noi bambini italiani la sostanza non cambiava: Lynda Carter non interpretava l’eroina, lei era l’eroina. Un mix perfetto di forza, bellezza e giustizia che ha segnato un’epoca e i nostri ricordi più belli.
Trama
Le vicende prendono il via durante la Seconda Guerra Mondiale. Il maggiore americano Steve Trevor precipita accidentalmente con il suo aereo sull’Isola Paradiso, una terra inesplorata abitata esclusivamente dalle Amazzoni, donne immortali e dotate di forza sovrumana. La principessa Diana vince un torneo indetto dalla madre, la Regina Hippolyta, ottenendo il compito di riportare Trevor in patria e di aiutare gli Alleati a sconfiggere le forze naziste.
Giunta in America, Diana assume la doppia identità di Diana Prince, lavorando come mite segretaria occhialuta di Trevor, ma pronta a trasformarsi nell’invincibile eroina armata di bracciali antiproiettile, tiara boomerang e del celebre Lazo della Verità. A partire dalla seconda stagione, l’ambientazione fa un clamoroso balzo in avanti nel tempo: ci ritroviamo negli anni ’70, dove un’immutata Diana collabora con l’agenzia IADC affiancando Steve Trevor Jr. (il figlio del primo Steve) per combattere spie, scienziati pazzi e terroristi moderni.
Il confronto: Wonder Woman vs. La donna bionica
Quando si pensa alle grandi icone televisive femminili dotate di superpoteri negli anni ’70, il confronto immediato è con La donna bionica (The Bionic Woman), interpretata da Lindsay Wagner. Entrambe le serie presentano donne forti, indipendenti e capaci di sconfiggere decine di criminali senza mai scomporsi i capelli.
La differenza principale, però, risiede nel tono narrativo e nell’origine dei poteri. Jaime Sommers (la donna bionica) è frutto della fantascienza pura e della tecnologia medica cibernetica; lavora per un’agenzia governativa ed è spesso calata in trame di spionaggio dal taglio drammatico. Diana Prince, invece, trae i suoi poteri dalla mitologia greca e dal fantasy, sfoggiando un costume sgargiante ed entrando in scena con una giravolta magica, rendendo la sua serie molto più vicina all’estetica “camp” e colorata dei fumetti originali.
Cast e Personaggi
Il successo planetario dello show è indissolubilmente legato alla sua abbagliante protagonista:
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Lynda Carter (Diana Prince / Wonder Woman): Ex Miss Mondo USA, con i suoi immensi occhi azzurri e il fisico statuario è diventata il volto definitivo dell’eroina DC Comics. La sua grazia ha reso il personaggio immortale.
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Lyle Waggoner (Steve Trevor / Steve Trevor Jr.): L’affascinante e spesso “donzello in pericolo” della situazione. Waggoner ha interpretato sia il maggiore della Seconda Guerra Mondiale nella prima stagione, sia suo figlio negli anni ’70 nelle stagioni successive.
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Beatrice Colen (Etta Candy): La corpulenta e simpatica segretaria del generale Blankenship, presente solo nella prima stagione ambientata negli anni ’40.
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Richard Eastham (Generale Philip Blankenship): Il superiore di Trevor durante la prima stagione.
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Norman Burton (Joe Atkinson): Il burbero ma paterno capo della IADC nelle stagioni ambientate negli anni ’70.

Uscita nelle sale / Stagioni e messa in onda
Nata dalle ceneri di un precedente pilot del 1974 (che aveva come protagonista Cathy Lee Crosby, ma non convinse il pubblico), la versione con Lynda Carter debuttò sul network americano ABC nel novembre del 1975 con un film TV pilota di grandissimo successo. La serie regolare è andata in onda dal 1976 al 1979, per un totale di 3 stagioni e 59 episodi (la prima su ABC, la seconda e la terza su CBS). In Italia, l’amazzone sbarcò all’inizio degli anni ’80 (prima su Canale 5 e poi sulle altre reti del gruppo Fininvest), diventando un tormentone pomeridiano irrinunciabile per un’intera generazione di giovani spettatori.
Dove rivederlo oggi (streaming, TV o home video)
Attualmente, fare un tuffo nei ricordi al fianco di Diana Prince non è comodissimo tramite i giganti dello streaming italiano come Netflix o Disney+, dove la serie classica spesso scarseggia o è assente per via dei diritti ruotanti. La salvezza dei nostalgici è rappresentata dai canali tematici gratuiti del digitale terrestre, come Warner TV (canale 37), che ciclicamente ripropone per intero la serie in palinsesto. Per i collezionisti più irriducibili, il cofanetto DVD completo delle tre stagioni (spesso in splendide edizioni rimasterizzate) resta un acquisto quasi obbligatorio da affiancare alle altre glorie di quegli anni.
Sequel, spin-off, remake o libri ispirati
La televisione non ha mai prodotto veri e propri spin-off diretti di questa specifica incarnazione. Nel 2011 ci fu un tentativo di reboot televisivo con un episodio pilota (mai trasmesso regolarmente) che vedeva Adrianne Palicki nei panni dell’eroina, ma il progetto fu scartato. La grande rivincita è arrivata ovviamente al cinema, grazie ai moderni blockbuster diretti da Patty Jenkins e interpretati da Gal Gadot, che nel film Wonder Woman 1984 ha persino omaggiato i fan storici includendo uno splendido cameo di Lynda Carter. Esiste inoltre una bellissima miniserie a fumetti pubblicata di recente dalla DC, intitolata Wonder Woman ’77, che prosegue ufficialmente le vicende televisive del personaggio di Lynda Carter!

Videogiochi, merchandise o giocattoli a tema
Se alla fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80 avevi un debole per l’universo DC, il merchandise dedicato alla serie era un vero paradiso. La casa produttrice Mego lanciò delle meravigliose bambole/action figure da 12 pollici che oggi valgono una piccola fortuna sul mercato del collezionismo. Vennero prodotti cestini per la merenda (i famosi lunchbox americani), costumi di carnevale, i celebri capi di abbigliamento intimo “Underoos” e perfino puzzle giganti. I videogiochi dell’epoca a 8-bit non le dedicarono un titolo specifico legato alla serie, ma il volto di Lynda Carter rimase incollato su diari scolastici, astucci e poster in tutte le edicole d’Italia per anni.
FAQ (Domande frequenti)
- Come è nata la celebre “giravolta” per trasformarsi?
Nei fumetti originali, Diana si cambiava i vestiti usando la sua super-velocità o il suo Lazo, ma per la televisione serviva qualcosa di più scenografico (ed economico). Fu proprio Lynda Carter a suggerire l’idea della giravolta, un espediente visivo semplice ma d’impatto, supportato da un lampo di luce e da un effetto sonoro esplosivo. L’idea piacque così tanto da essere in seguito integrata anche nei fumetti! - Perché la serie è passata dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni ’70?
Tutto dipese da un cambio di rete televisiva. La ABC decise di cancellare la serie dopo la prima stagione perché i costi per ricreare fedelmente auto, costumi e scenografie degli anni ’40 erano troppo elevati. La rete CBS fiutò l’affare, acquistò i diritti dello show e decise di risparmiare sui costi di produzione spostando l’azione ai giorni nostri (gli anni ’70), inventandosi che le Amazzoni non invecchiano. - Chi cantava la famosa sigla americana?
Il brano, con il suo irresistibile arrangiamento funk-disco, fu composto da Charles Fox con testi di Norman Gimbel. È uno di quei rari casi in cui la sigla americana è diventata talmente iconica e travolgente da essere mantenuta anche durante le trasmissioni italiane senza alcun riadattamento nostrano.

