Nel 1982 faceva il suo debutto sui piccoli schermi italiani uno degli anime più influenti della storia della televisione: Lady Oscar. Tratto dal celebre manga Le Rose di Versailles (Berusaiyu no bara) creato nel 1972 da Riyoko Ikeda, l’adattamento animato arrivò in Italia riscuotendo un successo travolgente, superiore persino a quello ottenuto nella madrepatria giapponese.
Eppure, dietro l’incredibile impatto culturale e generazionale, la versione italiana è stata caratterizzata da un lungo percorso di censure, dialoghi riscritti e tagli alle sequenze, nati dal timore dei broadcaster dell’epoca di fronte a temi complessi come la fluidità di genere, la sensualità e l’ambiguità emotiva dei protagonisti.
Dalle pagine di Riyoko Ikeda al piccolo schermo
L’opera di Riyoko Ikeda affonda le sue radici nella biografia di Maria Antonietta scritta dal celebre saggista austriaco Stefan Zweig. Sebbene la cornice storica sia quella minuziosa e drammatica della Francia prerivoluzionaria, l’autrice ha saputo andare ben oltre il classico dramma d’epoca.
Al centro della narrazione si intrecciano i destini di Maria Antonietta e di Oscar François de Jarjayes, nobile nata femmina ma cresciuta come un soldato per volere del padre, il Generale Jarjayes, desideroso di un erede maschio a cui affidare il comando della Guardia Reale.
Il significato de Le Rose di Versailles
Il titolo originale dell’opera racchiude una precisa metafora floreale che simboleggia le cinque figure femminili chiave della corte:
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La Rosa Rossa: Maria Antonietta, sovrana di Francia
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La Rosa Bianca: Oscar François de Jarjayes
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La Rosa Gialla: Madame de Polignac
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La Rosa Nera: Jeanne Valois de la Motte
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Il Bocciolo di Rosa: Rosalie Lamorlière

Il fenomeno italiano: un successo superiore a quello giapponese
Mentre in Giappone l’anime riscosse all’esordio un riscontro tiepido (tanto da subire inizialmente cambi di regia e contrazioni di palinsesto), in Italia Lady Oscar divenne subito un fenomeno di costume. Replicato decine di volte nei decenni successivi, il cartone ha conquistato milioni di spettatori grazie all’epicità della trama, al rigore storico degli eventi culminanti con la presa della Bastiglia del 14 luglio 1789 e alla tragica intensità del legame tra Oscar e il fedele scudiero André Grandier.
Le censure in Italia: tagli, dialoghi edulcorati e tabù
Nonostante il successo, l’adattamento televisivo italiano ha dovuto fare i conti con la mannaia della censura, intervenuta in modo massiccio soprattutto durante le successive repliche per conformare l’anime agli standard della fascia pomeridiana per bambini.
1. La cancellazione dell’identità ambigua e l’uso di “Madamigella”
In Giappone il fascino di Oscar risiede nella sua natura androgina: a corte molti la chiamavano semplicemente Colonnello, Signore o Oscar, lasciando viva l’ambiguità. Nel doppiaggio italiano, invece, venne costantemente introdotto l’appellativo “Madamigella Oscar”, svelando e ribadendo a ogni scena la sua identità femminile ed eliminando parte del gioco psicologico e seduttivo originario.
2. L’incontro con Rosalie e la prostituzione
Uno dei tagli più celebri riguarda l’incontro parigino tra Oscar e Rosalie Lamorlière. Nella versione originale, Rosalie, ridotta alla fame e alla disperazione per curare la madre, scambia Oscar per un ricco nobiluomo e le si offre per denaro per strada. Nei passaggi TV italiani la sequenza fu inizialmente stravolta nei dialoghi e in seguito completamente eliminata dal montaggio.
3. Le accuse di Jeanne e i riferimenti all’omosessualità
Durante il celebre processo per lo scandalo della collana, Jeanne Valois formula pesanti accuse contro Maria Antonietta. Se nell’edizione italiana la donna parla genericamente di “cose terribili”, nel copione originale dichiara esplicitamente di essere stata l’amante della regina e accusa quest’ultima di intrattenere relazioni saffiche con altre nobildonne di Versailles, sostenendo che Oscar si vestisse da uomo per assecondare i desideri della sovrana.
4. Scene di nudo e momenti drammatici
Diversi fermo-immagine e sequenze con corpi nudi o scene di violenza cruda (tra cui la sequenza iniziale della prima sigla originale) subirono sforbiciate o rimontaggi per evitare problemi con la commissione di controllo radiotelevisiva.

Le storiche sigle italiane: da I Cavalieri del Re a Cristina D’Avena
A consolidare il mito di Lady Oscar in Italia hanno contribuito in modo determinante anche le sue colonne sonore:
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La sigla del 1982 (I Cavalieri del Re): Composta da Riccardo Zara e cantata dalla storica band, divenne un vero tormentone discografico, capace di scalare le classifiche di vendita e raggiungere la top 10 della Hit Parade italiana.
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La sigla Mediaset (1990/1991): Negli anni ’90 venne introdotto un nuovo brano composto da Ninni Carucci con testo di Alessandra Valeri Manera, interpretato prima da Enzo Draghi (con lo pseudonimo Gli Amici di Oscar) e poi definitivamente da Cristina D’Avena.
Nelle trasmissioni più recenti, la produzione ha spesso scelto di mantenere entrambe: il brano de I Cavalieri del Re in apertura e la versione di Cristina D’Avena in chiusura, rendendo omaggio a due generazioni di appassionati.
L’eredità culturale: un’icona moderna e senza tempo
A distanza di decenni dal suo arrivo in Italia, Lady Oscar rimane un caposaldo dell’animazione internazionale. La forza del personaggio di Riyoko Ikeda — capace di ribellarsi alle convenzioni di genere, lottare per la giustizia sociale e scegliere autonomamente il proprio destino — rende l’opera un classico intramontabile, attuale oggi più che mai.

